Nel suggestivo mosaico di arcaismi offerto dai corteggi carnevaleschi della Sardegna, la personificazione
del Carnevale nell'orso costituisce un elemento di eccezione* (*Per il Carnevale personificato in un animale: "Leorigini del teatro italiano" di P. Toschi Torino Einaudi 1955).
Il primo e finora unico esempio, almeno a quel che mi risulta, ci viene dall'Ogliastra che, per caratteristiche geografiche ed isolamento plurisecolare, è una regione etnograficamente multiforme e conservativa. Le sue manifestazioni carnevalesche presentano schemi vari, alcuni dei quali, segnatamente nella zona più interna, rivelano rituali primitivi sia pure attraverso una fioritura di contaminazioni. Dall'allegoria del Re turco o del Re moro nei paesi più vicini alla costa, triste reminiscenza di incursioni barbaresche, al Santu Musconi di Seui (Nu), da Martini di Perdasdefogu (Nu) al muggente bove di Escalaplano (Nu) giungiamo alla mascherata dell'orso che si svolgeva fino alla vigilia della seconda guerra mondiale a Gairo nel cuore dell'Ogliastra. Lo stesso nome che nel paese distingue il martedì di Carnevale "marti perra" (perra = metà) ci riporta l'eco di un'altra antichissima convinzione: il popolo personificava il martedì grasso in un gatto che assaliva, squartandoli addirittura, coloro che si recavano a lavorare nei campi disertando la mascherata. E' appena il caso di accennare all'importanza magica del gatto identificato presso molti popoli con lo spirito del grano.
In altri centri come Ulassai (Nu) "martis berri" (berri = dolore) elargiva invece improvvisi, quanto violenti, dolori fisici agli incauti intenti ad un lavoro, qualunque esso fosse. Contemporaneamente il dolore era accompagnato da una voce tonante che diceva: «deu soi martis berri, beniu po ti ferri». Ma fermiamo l'attenzione sul corteggio così come lo ricordano i paesani non più giovanissimi. Un araldo, "su cuadderi", a cavalcioni di un bastone sulla cui sommità era conficcato un cranio equino, annunziava con rime allusive il passaggio delle maschere "is maimulus".Tenendosi sotto braccio apparivano "damas e cavalleris": uomini dal viso imbrattato, abbigliati con abiti avuti in prestito dai signori del paese. Le coppie erano scortate da "is istravaccius", servi dalle vestidimesse; subito dopo con rocca e fuso "is filadoris", seguiti da "is bendidoris" forniti di latte vecchie, mestoli, coperchi e quant'altro poteva contribuire a creare un frastuono assordante. In camice bianco "sudottori" , indaffarato nel suggerire salaci ricette e nel tentativo di tastare il polso alle ragazze.Apparivano infine "sos peddinciones" tre uomini avvolti in pelli di capra con collari provvisti di "pittiolus", sonagli di tutte le dimensioni; essi camminavano agitando il dorso ad intervalli in modo che il tintinnio dei campani fosse sincrono. Quello che stava nel mezzo teneva saldamente fra le mani la catena dell'aratro, all'altro capo della quale era legato "s'ursu" completamente avvolto in pelli spesso ancora fresche. L'orso camminava a saltelli, punzecchiato da bastoni appuntiti e, sotto i frequenti colpi della "zironia", grosso nerbo di bue, o di una cinghia di pelle, si lamentava con alti e rauchi versi gutturali. Cadeva fingendosi ferito, si dimenava e, con improvvisa impennata, si avventava in direzione della folla. Le percosse diventavano più violente mentre i "peddinciones" gridavano: «poderai genti ca 'ddu occéus». Questa scena si ripeteva innumerevoli volte lungo il percorso e soprattutto prima che sotto i colpi, divenuti mortali, l'orso si decidesse a cadere inerte. La sfilata era chiusa da "sos poddinaios" che complimentavano i presenti con generose manciate di crusca per preservarli dal dolore di testa e altri mali. Su uno sfondo simbolico a carattere economico-sociale, in cui trovano posto forme arcaiche ed elementi di più o meno tarda importazione, ursu, peddinciones e poddinaios formano gruppo a se, aspetti di uno stesso
rituale agrario: eliminazione e rinnovamento, demoni della natura e della fecondità, distruzione delle forze malefiche e propiziazione degli impulsi da cui la terra è pervasa nell'approssimarsi del suo risveglio. Con l'orso ed i suoi giustizieri, gravi e tragici nella essenzialità della concezione magica, contrasta la scioltezza dei poddinaios, mobilissimi e scattanti nel lanciare le promettenti manciate, agile personificazione delle benefiche, novelle forze della natura che si schiude al nuovo ciclo. Uguali motivi apotropaico-propiziatori sono presenti anche nei rituali agrari di alcune popolazioni della penisola balcanica, così come è diffusa fra i popoli della stessa origine, la maschera dell'orso. Idoli in tutto simili a mamuthones e peddinciones in miniatura, era usato da tribù dei Ma-Yombe nel Congo occidentale durante le cerimonie di circoncisione. Le affinità tra la mascherata dell'orso ed altri schemi primitivi del Carnevale sardo sono palesi e fondamentalmente si riconducono ad una radice unica ed esprimono un comune significato. Raffrontando in particolare la pantomima dell'orso (la sua area di diffusione doveva essere piuttosto rilevante) con il corteggio dei mamuthones, s'impone subito una vera e propria comunanza di elementi. Dai peddinciones ai poddinaios. Questi ultimi con funzione magica uguale a quella degli issohadores che contrastano per agilità nell'imprigionare con lacci le forze maligne, pur'essi spiritelli benefici la cui natura è denunziata inequivocabilmente anche dalle campanelle e dalla fascia multicolore. Premessa questa identità strutturale e tenuto conto che, nella dinamica rituale, rinnovamento ed eliminazione sono due componenti costanti e indissolubili, appare evidente come l'allegoria dei Mamuthones sia venuta meno l'unità essenziale, cioè l'orso, soverchiato e forse lentamente assorbito dall'elemento massa, nel corso del tempo. Ciò giustifica anche il motivo dell'impossibilità, avuta finora, di interpretare il vero senso della manifestazione carnevalesca di Mamoiada.
Pierina Moretti
Da Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo
e Archivio tradizioni popolari
Anno VIII - 43/44 -Cagliari 1963





