Un popolo che non ha la scrittura trasmette la sua storia oralmente, ed è più che normale se questa, nel corso
dei millenni diventa mito, per quanto la narrazione cerchi di mantenersi rigida il più possibile. Proprioattraverso alcuni miti e leggende particolari si riesce a tornare indietro nel tempo e a intravedere una partedella storia, della cultura e della religione dei Sardi, in tempi assai remoti. Se poi questi miti sono avvaloratida scoperte archeologiche, da toponimi e da tradizioni popolari ancora presenti in alcune frange dellapopolazione, non v'è da dubitare che i miti di oggi siano la storia di ieri. Pertanto è ancora possibilespiegare questi miti eziologicamente e riuscire ad individuarne il nucleo originario. E' quello che si è volutofare attraverso il libro "Maschere, miti e feste della Sardegna", partendo dall'osservazione di tradizioniancora vive, come il carnevale, e ripercorrendo il cammino a ritroso, alla ricerca delle origini.Molte delle manifestazioni oggi definite folcloriche o superstiziose, dal carnevale alla medicina popolare,non sono che gli ultimi retaggi di un culto misterico penetrato a fondo nell'anima del popolo e gelosamentecustodito, a livello d'inconscio, fino agli inizi del nostro secolo. Il carnevale sardo, specialmente quellobarbaricino, ha conservato tratti arcaici attraverso i quali non è difficile individuare il motivo fondamentaleda cui prende le mosse.…Il Carnevale di Mamoiada si identifica con SOS MAMUTHONES e SOS ISSOHADORES.E' un rito agrario che affonda le sue radici nelle antiche religioni misteriche dei paesi del Mediterraneo (eancor prima nel ricordo dei rituali preistorici di morte e rinascita ispirati ai cicli annuali della natura).E' un Carnevale misterioso, tragico, simile ad una sacra cerimonia.E cerimonia doveva essere un tempo, quando la passione e la morte di Dioniso, dio della vegetazione edell'estasi, veniva rappresentata come in un teatro all'aperto, lungo le vie del paese, dove ancora sfilano iMamuthones, le maschere dionisiache coperte di pelli, che da millenni ripetono la stessa danza, ritmata dalsuono dei numerosi campanacci che si scrollano sulle spalle. Un suono cupo, lugubre, che vuole allontanaregli spiriti del male, ma vuole ricordare anche il sacrificio del dio che si fa vittima, per morire e rinascereogni anno, come la vegetazione nei campi.Nel Carnevale di Mamoiada è rimasto il pallido ricordo di questo culto che bisognava rendere al dio chemanda la pioggia.Le maschere dei Mamuthones sono tradizionalmente dodici, come i mesi dell'anno, e si avviano, col loropasso di danza zoppicante, verso il sacrificio cui sono destinate.Le accompagnano otto guardiani, detti Issohadores, che si muovono con agilità, tenendo in mano il lacciomortale col quale catturare le vittime, se queste tentassero di sottrarsi alla loro sorte.I termini Mamuthone e Maimone hanno lo stesso significato: sono maschere il cui nome è ancora vivo intutta la Barbagia e nell'Ogliastra, ma un tempo la loro area di diffusione doveva essere ben più vasta, perchéanche nei paesi dove queste maschere non compaiono più è rimasto il nome a designare un povero scemo ouno spaventapasseri.Se si domanda cosa significa nel linguaggio comune la parola Mamuthone, invariabilmente la risposta èsempre la stessa: un pazzo, un buono a nulla, un sempliciotto. Se poi si chiede cosa significa Maimone larisposta non varia, solo che in alcuni paesi prevale il primo termine, in altri il secondo, in altri ancoraconvivono entrambi con lo stesso significato.Il termine Maimone deriva da "Mainoles", il pazzo, il furioso. Con questo nome veniva chiamato Dioniso.Simile è il significato di Mamuthone, che deriva da "maimatto", il tempestoso, il furioso, il violento, unepìteto che Plutarco dà a Zeus Pluviale, divinità del mondo sotterraneo che si identifica con Dioniso. (Ilmese di "maimatterione", tra Novembre e Dicembre, nell'anno attico, era dedicato a Zeus Pluviale, "Maimatto"- e il participio "maimoon" significa colui che smania, che desidera vivamente essere possedutodal dio).I Cretesi, durante le feste dionisiache, rappresentavano in tutti i particolari la passione di questo dio chemuore sbranato dai Titani.La stessa parola carrasegare, così come viene chiamato il Carnevale sardo, pare ricordare quella tragicamorte, perché carre 'e segare significa carne viva, soprattutto umana, da lacerare, come si costumava nellefeste dionisiache, in cui la vittima veniva sbranata ancora viva per ricordare il sacrificio del dio.Da qui l'aspetto cupo della maschera del Mamuthone (chiamata visera), che a Mamoiada ha mantenuto tuttala sua tragicità.Il Mamuthone infatti era la vittima prescelta nella quale il dio s'incarnava. Anche la danza zoppicante chequesta maschera muta esegue era una danza rituale, tipica della religione dionisiaca, una danza sacra checonsisteva in una serie di saltelli che rappresentavano un ritmico passaggio. Simboleggiava il saltare da unostato naturale ad uno stato di estasi, dallo stato umano allo stato divino, dallo stato normale allo stato diposseduto, di folle, di colui che è in balia del dio.I Mamuthones si vestono di pelli perché la pelle, presso molti popoli, era ritenuta un mezzo necessario perrichiamare la pioggia. Un tempo queste pelli erano rigorosamente nere, come ancora usa Mamoiada, perchéil sacrificio era fatto alle divinità infere. La pelle, come pure gli altri indumenti che il Mamuthone indossa,prima si mettevano a rovescio, in segno di lutto, perché il dio stava per morire.Tertulliano, un apologista del I° secolo convertitosi al cristianesimo, nel suo trattato sull'idolatria si lamentache molti dei neoconvertiti alla nuova religione continuino ad acconciarsi con pelli e ad assumere formeanimalesche, durante alcune feste, pur sapendo che un simile travestimento derivava dalla religione pagana.Infatti l'aspetto più comune nel quale Dioniso si manifestava era quello di bue o di capro.Anche Sant'Agostino, nel sermone 129 comunemente a lui attribuito, si scaglia contro questi travestimenti,che si svolgevano durante le calende di gennaio: «…alcuni indossano pelli di bestie, altri si adattano sulcapo teste di animali, felici ed esultanti se riescono a trasformarsi in forme bestiali, in modo tale da nonsembrare più uomini…».Quella che Sant'Agostino condanna è la possessione dionisiaca, l'estasi, la temporanea follia da cui i seguacidi Dioniso si lasciavano travolgere per farsi simili a lui, «… e resisi somiglianti alle bestie fanno unsacrificio…» aggiunge Sant'Agostino.Questa consacrazione al dio era evidente soprattutto nelle calende di Gennaio e quasi tutti i padri dellachiesa nei loro sermoni rimproverano questo costume. Infatti dalle calende di Gennaio, ma particolarmentedalla festa di Sant'Antonio Abate, ha inizio il Carnevale.Scrive San Massimo di Torino nel sermone "In Kalendas": «…non sono forse cose universalmente false efolli quando gli uomini creati da Dio si trasformano portentosamente in bestie o fiere…».L'usanza era dunque abbastanza comune, come comune era ai vari paesi della Sardegna la consuetudine discegliere "il folle" a rappresentare la vittima del sacrificio da offrire al dio che mandava la pioggia.Molte fontane portano ancora oggi il nome di Maimone e ancora nei primi decenni del '900, in annate disiccità, in molti paesi dell'Oristanese e del Marghine, si preparava un fantoccio con ciuffi d'erba. I bambinilo portavano per le case cantando una filastrocca che in tempi lontani doveva essere una preghiera: «..Maimone, Maimone /abba cheret su lavore,/ abba cheret su siccau,/ Maimone laudau» (Maimone,Maimone / ci vuole acqua per il raccolto,/ acqua per la terra secca,/ Maimone lodato).Il rito fatto dagli adulti fu ridotto progressivamente a una banale mascherata di cui si è perduto il significato.Mamoiada ha conservato un pallido ricordo di questo rito.La maschera nera che portano i Mamuthones di Mamoiada è un mezzo di possessione, è il collegamentotra l'uomo e dio, ed è tradizionalmente di pero selvatico perché quest'albero era sacro a Dioniso e aPersefone. Il pero selvatico si è sempre usato in Sardegna per scolpire le immagini sacre e la tradizione si èprotratta per tutto l'800. Con questo legno erano scolpite anche le teste dei fantocci che si bruciavano aCarnevale, la sera del martedì grasso, quando si rappresentava il sacrificio della vittima.Tale maschera lignea (visera) è sempre contornata da un fazzoletto da donna che avvolge la testa delMamuthone. Questo indumento del vestiario femminile non manca mai nel travestimento, quasi si volesseevidenziare l'androginìa del dio.I Mamuthones di Mamoiada compaiono quasi sempre in numero fisso, dodici. Poiché non è pensabile chequesto paese esprimesse tante vittime, mentre negli altri paesi la vittima è una soltanto, è più correttopensare che qui convenissero per il sacrificio finale anche le vittime dei paesi vicini.Il numero dodici è dato quasi certamente dalle lunazioni, una per ogni mese dell'anno, giacché le vittimeerano destinate a Persefone, divinità lunare.Numerose analogie con le maschere dei Mamuthones si possono trovare sia in alcuni paesi della Bulgariache nell'isola di Skyros, in Grecia, dove l'abbigliamento lascia chiaramente intuire la radice comune diantichi rituali che si svolgevano nei paesi del Mediterraneo per propiziare la pioggia e la fertilità della terra.Dolores TurchiSunto tratto dal libro "Maschere, miti e feste della Sardegna"
Newton Compton Editori - Roma 1990 -






