• Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Documenti su Mamoiada e Mamuthones Riso e Pianto nella cultura popolare. M.Margherita Satta

Riso e Pianto nella cultura popolare. M.Margherita Satta

E-mail Stampa PDF
Votazione Utente: / 1
ScarsoOttimo 

M. MARGHERITA SATTA,

Riso e pianto nella cultura popolare. Feste e tradizioni sarde, L’Asfodelo Editore, Sassari 1982, 73-7.
 

3.1.1. I rapporti degli uomini con la realtà naturale e i rapporti sociali, stabiliti nel processo di organizzazione del lavoro, storicamente hanno condizionato occasioni e tempi da dedicare al serio, al produttivo e al feriale, rispetto a particolari circostanze, ritualmente specificate, da dedicare all'allegria, al riso, al riposo, alla festa.

 In questo modo gli individui, nella loro esistenza, si trovano costantemente attratti da due poli di una stessa realtà: la serietà e l'allegria, la tristezza e il riso, il momento produttivo nel lavoro e il momento del consumo nella festa, la Quaresima e il Carnevale, la norma e la devianza, la saggezza e la follia, ecc. Pertanto è probabile che, nella funzione assolta storicamente dagli istituti sociali, la serietà costituisca la «maschera» inevitabile dell’ufficialità e che il riso, l'allegria, la festa - quindi, il Carnevale come festa e occasione orgiastica di allegria - al contrario costituiscano espressioni di naturalezza, di spontaneità, di libertà, di riposo, di non lavoro, di popolare «sregolato» assunto, però, come regola (1).
Riso, festa, orgia alimentare e tempo carnevalesco formano una sequenza secondo la quale la comunità ritrova se stessa come gruppo fuori dall’ambito competitivo della produzione e del quotidiano feriale. In particolare, il Carnevale costituisce ancora oggi un momento in cui la comunità si appropria della sua dimensione totale di gruppo in festa e perciò coeso; tale condizione è facilmente indotta anche perché vi si istituzionalizza, a livello simbolico, esclusivamente per la durata del breve periodo festivo, il capovolgimento delle classi, delle norme e dei comportamenti sociali che caratterizzano la consuetudine dei giorni produttivi, cioè, del periodo opposto a quello carnevalesco. In tale periodo si instaura, come regola fondamentale, la logica dell'inversione di tutto ciò che ufficialmente nel quotidiano è considerato normale. Lo scopo più evidente è quello di apparire sregolati, anche se si è coscienti di essere dentro un'altra regola: il supporto culturale della norma carnevalesca che assume temporaneamente la sregolatezza come termine di riferimento e di valore comportamentale. La devianza rituale e simbolica espressa nel particolare momento carnevalesco si presenta come normalità: si instaura una situazione simile a quella che si verifica nell'effimero della finzione teatrale; nell'occasione della teatralità carnevalesca, però, gli spazi utilizzati sono le strade e le piazze; essi sono più ampi di quelli che offre il palcoscenico nelle occasioni del puro specifico teatrale.

. A Carnevale le pantomime, le sfilate, i lazzi e le maschere sembra che non abbiano un copione; al contrario, rispettano uno specifico carnevalesco tanto valido quanto lo specifico teatrale, anche se la direzione di questo specifico appare meno definibile di quella teatrale. Di fatto, il Carnevale si configura come uno spettacolo di tipo rituale, nel quale, come si è già accennato, nella distribuzione delle parti esiste il principio fondamentale dell'inversione dei ruoli e delle gerarchie. Nella rappresentazione carnevalesca si interrompe e si inverte la discriminazione sociale che il sistema produttivo stabilisce. Si mira così a stare tutti insieme dietro l'illusione della ridistribuzione ludica delle parti, allo scopo di consumare, nel breve tempo della festa, una parte del plusprodotto. In questo modo, la classe egemone può anche giustificare l'accumulo, sotto forma di ricchezza, della restante parte di plusprodotto.
Nella festa carnevalesca si fa chiasso e confusione: si vuole apparire come in una condizione primordiale, scatta il meccanismo di una sorta di recupero culturale dell'ideologia del caos, una sorta di realtà nuovamente o ancora indefinita, in cui la «storia» deve di nuovo iniziare (nella simbologia carnevalesca, è opportuno ricordare che ogni anno deve riiniziare secondo la sequenza di morte-rinascita). Questo presupposto culturale sembra consentire un certo processo di livella mento sociale, nel quale gli Istituti di reciprocità, quali canali di socializzazione, giustificano una ripartizione degli impegni sociali e delle dipendenze.

Nel recupero carnevalesco del caos primordiale forse si potrebbe intravedere il tentativo di «recupero della storia» ricominciando tutte le volte dalle origini. Tuttavia, se da un lato ciò assolve la funzione di evitare i costanti rischi di disgregazione, che di fatto la divisione sociale del lavoro determina, dall'altro ripropone, alla fine della festa la conferma delle distinzioni di classe e dei ruoli sociali.

Nell'azione concreta della festa, l'universo carnevalesco si normalizza una volta che ha luogo il travestimento: gli uomini si travestono da donne e le donne da uomini, il ricco indossa gli abiti del povero e questi quelli del ricco (il re diventa giullare e il giullare diventa re); il ricco si riscatta annualmente dalla sua condizione di ricco offrendo al povero, soltanto nella finzione di tipo scenico-teatrale del Carnevale, la possibilità di sostituirlo nella maschera del ricco e del padrone. Così il povero indossa per scherzo gli abiti del ricco durante l'effimero tempo di una giornata di Carnevale: un momento di confusione globale, in cui le distinzioni sociali sono apparentemente scomparse in un fantasmagorico gioco di mistificazioni dei veri ruoli sociali.

In effetti, il Carnevale in quanto istituto culturale, inteso come sovrastruttura, sembra svolgere una funzione sociale tesa ad imbrigliare e modificare le istanze critiche e contestative dei ceti sociali subalterni. Tale funzione del Carnevale nel passato era molto più evidente di quanto, a prima vista, non appaia attualmente. Ma, ancora oggi, il Carnevale, secondo forme più sofisticate, attraverso il recupero di moduli del passato e di un certo ludico spontaneo, costituisce un sottile controllo culturale nei confronti di certe spinte devianti in atto o potenziali.

Ci pare che il Carnevale, come nozione festiva e non tanto come istituzione calendariale, abbia ancora la funzione di un'istituzione che controlla norme e strutture specifiche di deflusso e costituisca una alternativa alla vera devianza e alla anormalità indotte, come è noto, dalla società e dal sistema, in quanto organizzati piuttosto verso l'alienazione che verso la tutela dell'individuo nella collettività. Forse è in tale prospettiva di controllo ideologico che il vertice sociale consente e promuove diverse forme carnevalesche; lo scopo non dichiarato è quello di imbrigliare, attraverso particolari moduli, fra cui la satira e la pantomima grottesca, e attraverso l'effimero festivo, qualsiasi fermento di protesta eccessiva che provenga dalla base sociale. Anche da tale situazione, quindi, si inducono risposte di consenso verso il potere e l'ufficialità, per riconfermarne la funzione e l'egemonia. A questo punto riteniamo di poter affermare che la gestione del Carnevale (di qualsiasi forma di Carnevale) - gestione intesa come regia ideologica e strutturale - storicamente non possa essere individuata se non in quelle classi sociali che hanno sempre detenuto il monopolio della produzione e diffusione delle ideologie, È in questo senso che il Carnevale veniva e viene proposto al popolo come spettacolo, nel quale esiste la possibilità di essere, nello stesso tempo, attori e fruitori, Tale spettacolo mutua diversi contenuti e occasioni dalla vita reale, ne satireggia e critica gli aspetti ritenuti negativi.
La problematica teorica generale sul Carnevale che fin qui si è sintetizzata presuppone una sua verifica sugli aspetti particolari che il fenomeno assume in Sardegna. Riteniamo che, come ipotesi strutturale, sia necessario tentare pregiudizialmente un'analisi degli aspetti economico-sociali, sottesi all'apparato del Carnevale di alcune zone dell'isola, in cui si riflettono in modo abbastanza caratteristico le diverse realtà: la realtà prevalentemente pastorale di alcuni centri della Barbagia, quella contadina di Oristano e quella a tradizione marinara di Bosa.
(1) Le ipotesi interpretative e i parametri teorici generali sul Carnevale, utilizzati in questa parte del lavoro, sono stati ricavati ed elaborati dall'analisi critica della seguente letteratura essenziale alla quale costantemente ci riferiamo anche se, nei diversi punti, non riproponiamo i relativi riscontri: P. ToscHI, Le origini del teatro italiano, Torino 1955, 2a ed. 1976; G. COCCHIARA, Il paese di Cuccagna e altri studi di folklore, Torino 1956, 2a ed. 1980; IDEM, Il mondo alla rovescia, Torino 1963, 2a ed. 1981; J. CARO BAROJA, El Carnaval (Analis historico-cultural), Madrid 1965; G.B. BRONZINI, Origini rituali delle forme drammatiche, popolari, Bari 1974; C. GAIGNEBERT, Le Carnaval. Essais de mythologie populaire, Parigi 1974; G. VATTINO, Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione, Torino 1974; D. FABRE, Le monde du carnaval. (Note critique), in «Annales», XXXI (1976), n. 2, pp. 389-406; P. CAMPORESI, La maschera di Bertoldo. G. C. Croce e la letteratura carnevalesca, Torino 1976; IDEM, Il paese della fame, Bologna 1978; A. ROSSI - R. DE SIMONE, Carnevale si chiamava Vincenzo, Roma 1977; M. BACHTIN, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino 1979; P. BURKE, Cultura popolare nell’Europa moderna, Milano 1980

 
Italian Dutch English French German Japanese Portuguese Serbian Spanish
  • Google Bookmarks
  • Twitter
  • Facebook
  • MySpace
  • Like to learn German in Stuttgart?

METEO

utilità

Link consigliati: